Frane: necessario un piano di manutenzione del territorio

Servono interventi strutturali e investimenti all’altezza della situazione del Paese

“Due morti per la frana sulla A3, frana sulla costiera Amalfitana, operai travolti da una frana a Caltanissetta, evacuazioni per rischio frana nel Cilento: è fin troppo evidente la gravità della situazione, mezza Italia sta franando ed è doloroso constatare che il problema venga preso in considerazione solo in modo puntuale e disorganico quando la situazione precipita. Non è possibile arrivare all’emergenza contando i morti e scommettendo solo sulla capacità di risposta della Protezione Civile. Servono interventi strutturali e investimenti all’altezza della situazione in cui versa il Paese”.

Così il vicepresidente di Legambiente Sebastiano Venneri ribadisce l’appello per un intervento immediato di tutte le istituzioni che metta fine all’emergenza frane che sta causando vittime, ingenti danni e gravi disagi soprattutto nel Sud Italia, dando vita ad un piano straordinario di manutenzione per tutto il territorio nazionale.

“Il rischio frane e alluvioni interessa praticamente quasi tutto il territorio nazionale – ha proseguito Vennerima a guardare i dati che ogni anno raccogliamo dai comuni più esposti al pericolo nella nostra indagine Ecosistema Rischio, ci troviamo di fronte a un quadro disastroso: il 77% dei comuni dichiara di avere abitazioni in zone a rischio, il 30% ha addirittura in queste aree interi quartieri e oltre la metà fabbricati industriali. Ma più preoccupante è che non investono sulla manutenzione e sulla prevenzione”.

Secondo l’indagine Ecosistema Rischio 2008 infatti nel 42% dei comuni più a rischio non viene ancora realizzata una manutenzione ordinaria delle sponde dei fiumi e il 63% è in forte ritardo nella prevenzione. Ci sono amministrazioni poi che addirittura non fanno nulla per la sicurezza del territorio (24%) e bassa (5%) quella di coloro che svolgono attività di delocalizzazione (l’abbattimento degli edifici presenti nelle aree più a rischio e la ricostruzione delle strutture in zone sicure), solo il 4% lo fa per i fabbricati industriali.

“Da troppo tempo gli amministratori sottovalutano il rischio idrogeologico e investono pochissimo sulla manutenzione dei corsi d’acqua e la situazione è aggravata dall’abusivismo, dall’urbanizzazione irrazionale, dal disboscamento dei versanti oltre che dall’ormai evidente mutamento climatico. Mitigare il dissesto idrogeologico significa innescare un percorso virtuoso anche per l’economia del paese perché, considerando i danni, costa meno prevenire che curare. I comuni inizino quindi a delocalizzare le abitazioni, gli insediamenti industriali, le attività agricole e zootecniche nelle aree a rischio realizzando un piano straordinario di manutenzione di fossi e fiumi e adeguando le reti fognarie”.



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