Carbone: non è pulito e non ridurrà la bolletta energetica

Tutti i perché del no al carbone nel dossier “Stop al Carbone 2009” di Legambiente

Le 12 centrali a carbone funzionanti in Italia producono il 14% del totale dell’energia elettrica a fronte dell’emissione del 30% dell’anidride carbonica liberata per la produzione complessiva di elettricità: 42,5 milioni di tonnellate di anidride carbonica, cioè 3,7 milioni di tonnellate in più rispetto ai limiti dalla direttiva europea sull’Emission trading scheme (Ets), nel 2007. Se dovessero partire anche i nuovi impianti già autorizzati o in corso di valutazione, si aggiungerebbero altri 38,9 milioni di tonnellate di CO2.

Punto per punto – e numeri alla mano – Legambiente illustra nel suo dossier Stop al carbone 2009 perché potenziare l’uso del carbone per la produzione di energia elettrica, come previsto dalla politica energetica del nostro governo, sia una scelta sbagliata e controproducente per l’economia del Paese. E smonta le presunte opportunità offerte da un combustibile che non ha minimamente risolto il suo problema principale: le rilevanti emissioni specifiche di anidride carbonica. Il carbone pulito non esiste. Non migliorerà la sicurezza energetica dell’Italia, non ridurrà le bollette. Anche le centrali di nuova generazione come quella di Civitavecchia, infatti, non riescono a scendere al di sotto dei 770 g di CO2 per kWh, quasi il doppio di quello che emette una moderna centrale a ciclo combinato a gas naturale. E le 12 centrali a carbone attive oggi in Italia continuano a inquinare senza rispettare i vincoli imposti dalla direttiva europea Ets, entrata in vigore nel 2005.

Dal 2005 al 2007 il carbone ha aumentato il proprio contributo alle emissioni di gas serra in controtendenza rispetto al settore termoelettrico: la CO2 da carbone è aumentata del 2,2% mentre la produzione termoelettrica le ha diminuite del 4,4%. Per coprire gli 8,7 milioni di tonnellate di CO2 emessi oltre ai valori consentiti dalle nostre centrali a carbone tra il 2005 e il 2007, 100 milioni di euro sono già stati scaricati in bolletta. Causa il ritardo crescente accumulato dall’Italia nella lotta ai cambiamenti climatici e i limiti sempre più stringenti fissati dall’Unione europea, il costo del kWh da carbone è destinato ad aumentare, a scapito delle tasche dei consumatori.

“L’Italia – commenta Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente – sta portando avanti una politica di assoluta retroguardia nella lotta al cambiamento climatico, in direzione opposta a quella fissata dalla UE con il pacchetto clima energia e a quella recentemente tracciata dal nuovo presidente degli Stati Uniti. Nuove centrali a carbone aumenterebbero il nostro ritardo nel contrasto al global warming, condannandoci a pagare pesanti sanzioni per il mancato rispetto delle scadenze dei protocolli internazionali e ostacolando gli investimenti in quelle tecnologie verdi che potrebbero invece rilanciare oggi la nostra economia per metterle a disposizione, domani, dei nuovi mercati internazionali”.

Tra le nostre centrali a carbone quelle a maggiori emissioni di CO2 sono, nell’ordine, la centrale Enel di Brindisi Sud (14,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica, a fronte di un limite Ets di 13,4), la centrale ex Endesa, oggi E.On, di Fiume Santo in provincia di Sassari (4,3 milioni di tonnellate, +0,7 rispetto al limite Ets) e l’impianto Enel di Fusina in provincia di Venezia (4,2 milioni di tonnellate, -0,6 rispetto al limite Ets). Per una stima complessiva delle emissioni, al contributo di questi impianti va aggiunto quello della nuova centrale a carbone di Civitavecchia, di imminente avvio (circa 10 milioni di tonnellate di CO2) e degli altri progetti già autorizzati o in corso di valutazione presso la Commissione Via nazionale: 4,1 milioni di tonnellate per i nuovi gruppi a carbone della centrale Tirreno Power di Vado Ligure (Sv) e di quella E.On di Fiume Santo, che hanno ricevuto una valutazione d’impatto ambientale positiva; 7,5 milioni di tonnellate della centrale progettata ma non ancora autorizzata a Saline Joniche (Rc); 10 milioni di tonnellate per quella di Porto Tolle, la cui riconversione è in corso di valutazione; 6,7 milioni di tonnellate per quella ipotizzata a Rossano Calabro.

Si arriva così a un contributo aggiuntivo della produzione termoelettrica da carbone di 38,9 milioni di tonnellate di CO2, rispetto ai 42,5 emessi nel 2007. Quasi un raddoppio delle emissioni climalteranti di cui dovremmo fare assolutamente a meno, visto che secondo il 20-20-20 tra il 2013 e il 2020 tutti gli impianti industriali europei, comprese le centrali termoelettriche, dovranno ridurre le loro emissioni del 21% rispetto a quelle del 2005. Considerati i consumi crescenti nel mondo, il costo del carbone è in aumento: dal 2000 al 2007 il prezzo sul mercato europeo ha subito un incremento del 141%. Valore destinato ad aumentare anche per lo stop a partire dal 2010 agli aiuti di Stato (pari nel 2007 a 3,4 miliardi di euro). Dal 2000 al 2007, inoltre, le stime sulla disponibilità di carbone sono scese in maniera evidente da 230 a 133 anni.



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