Acqua: caos nei canoni di concessione per i prelievi alla fonte

Agli italiani piace l’acqua in bottiglia, nel 2007 ne hanno consumata ben 12,4 miliardi di litri, e sono disposti a pagarla mille volte di più di quella che esce dal rubinetto delle loro case (in media 0,5 millesimi di euro al litro contro i 50 centesimi di euro al litro per quella in bottiglia). Con 196 litri pro-capite all’anno l’Italia è il primo Paese in Europa per consumo di acque in bottiglia e il terzo al mondo, dopo Emirati Arabi (260 l/anno procapite) e Messico (205).

Il volume di affari delle società imbottigliatrici in Italia nel 2007 (192 fonti e 321 marche) ha raggiunto la cifra ragguardevole di 2,25 miliardi di euro, ma i canoni di concessione pagati dalle aziende alle Regioni o alle Province sono a dir poco irrisori e regolati in alcuni casi addirittura dal Regio decreto del 1927. Questo perché non esiste una legge nazionale e ciascuna amministrazione decide come meglio crede. Legambiente e Altreconomia, in un dossier presentato in vista della giornata mondiale dell’Acqua, riportano il quadro nazionale sui canoni di concessione stabiliti dalle Regioni o dalle Province italiane, per chiedere che questa anomalia venga corretta.

“Il canone corrisposto alle Regioni – ha dichiarato il responsabile scientifico di Legambiente, Stefano Ciafanioltre a non essere uniforme in tutto il Paese è in genere risibile e non considera tutti i costi connessi all’attività di imbottigliamento, trasporto e consumo dell’acqua minerale. È assurdo pensare poi – ha proseguito Ciafani – che la stessa risorsa idrica costi in Puglia solo 1 euro per ciascun ettaro di concessione, indipendentemente da quanta ne viene prelevata, e in Veneto 3 euro ogni mille litri imbottigliati oltre a 580 euro circa per ciascun ettaro. E quindi necessario – conclude il responsabile scientifico di Legambiente – che tutte le Regioni italiane inadempienti adeguino immediatamente la normativa regionale ai canoni previsti dal documento di indirizzo della Conferenza delle Regioni del 2006, che prevede i costi minimi e massimi in cui devono rientrare le concessioni di acque minerali in base ai litri imbottigliati o agli ettari”.

Ma quanto incide sul prezzo finale della bottiglia, il costo dell’acqua pagato dalle società che la imbottigliano? Per capirlo è stata fatta una stima prendendo ad esempio alcuni casi per cui, in base ai dati disponibili dai questionari compilati dalle Regioni, è stato possibile calcolare il contributo totale derivante dai canoni di concessione versato alle casse regionali. Facendo il rapporto tra il contributo incassato dalla Regione e il totale dei litri imbottigliati emerge come il costo dell’acqua sul prezzo finale di una bottiglia da un litro costituisca una cifra davvero insignificante.

In Emilia-Romagna, dove le concessioni sono in totale 71 e il canone dipende solamente dalla superficie dalla concessione (e non dalla quantità di acqua prelevata) le società di imbottigliamento pagano alla Regione 18,69 euro per ogni ettaro. Considerando le quantità di acque imbottigliate annualmente, ciò si traduce in un costo di circa 0,4 centesimi al litro. La media nazionale non si discosta molto da questo dato, arrivando a 0,5 centesimi al litro.

Secondo Legambiente e Altreconomia, all’interno del lavoro di revisione dei canoni di concessione per l’imbottigliamento dell’acqua andrebbero rivisti anche gli importi, commisurandoli all’elevato valore della risorsa idrica e all’impatto che causano le attività di imbottigliamento, trasporto dell’acqua minerale e smaltimento della plastica successiva al consumo, prevedendo anche una forma di compensazione ambientale, vincolando parte degli introiti ricavati dai canoni stessi. Per questo Legambiente e Altreconomia chiedono alla Conferenza delle Regioni di rivedere, come previsto dal “documento di indirizzo delle regioni italiane in materia di acque minerali naturali e di sorgente”, il criterio unitario definito nel 2006, aumentando i canoni, stabilendo una cifra minima di almeno 2,5 euro per il metro cubo imbottigliato o emunto, definendo un criterio di penalità per chi utilizza le bottiglie di plastica e di premialità per chi attua il vuoto a rendere del vetro. Non sarebbe un gran salasso per le aziende imbottigliatrici, considerando che la spesa totale annua ammonterebbe a 31 milioni di euro a fronte di un giro di affari di 2,25 miliardi di euro.

“Riducendo il consumo di acque minerali, che nel nostro paese ha raggiunto livelli da record non invidiabili, e bevendo sempre più l’acqua del rubinetto – ha dichiarato Luigi Rambelli, Presidente di Legambiente Emilia-Romagnasarebbe possibile ottenere inoltre evidenti vantaggi ambientali, con conseguente risparmio e beneficio per l’intera collettività. Infatti l’acqua di rubinetto subisce controlli costanti, spesso deve rispondere a requisiti di qualità molto più severi rispetto all’acqua imbottigliata, arriva dentro casa molto più comodamente e a costi di gran lunga inferiori all’acqua che compriamo al supermercato. Anche il costo ambientale dell’acqua di casa nostra è molto minore, se pensiamo che ancora oggi solo un terzo delle bottiglie di plastica viene raccolto in maniera differenziata e avviato al riciclaggio e i contenitori in vetro rappresentano solo il 19% del totale”.

Per questo Legambiente e Altreconomia continuano insieme la “battaglia di civiltà” per promuovere in tutta Italia, nelle case e nei pubblici esercizi, l’acqua del Sindaco con la campagna “Imbrocchiamola”. Perché è buona, economica, controllata e non inquina.



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